Le stronzate di Pulcinella

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POESIE EROTICHE E PROIBITE DI G.D'ANNUNZIO

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view post Posted on 3/3/2011, 15:31 Quote
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La poesia del D’Annunzio rispecchia la sensualità del suo temperamento, intesa come abbandono gioioso alla vita dei sensi e dell’istinto, per scoprire l’essenza profonda e segreta dell’io (che è poi quella stessa della natura). Se sei minorenne o un adulto bacchettone leggi altro.



Mia crudele amica

Perché, perché, o mia crudele Amica
non vi lasciate mettere l'Uccello
in quella ricca e opulenta fica
che nel suo genere è il perfetto bello?

Vorrei essere davvero una formica
per entrare quatto quatto in quel corbello:
sapete, non m'importerebbe mica
di restar preso nel cresputo vello.

Voi fareste addolcir qualunque amaro
noi tutti quanti ripetia in coro:
Voi siete qualche cosa di ben raro

Portate di bellezze un gran tesoro
via, via, prendere un pugno di denaro
e lasciatemi entrar nel vostro foro







Argentea


Quando prona, co'1 ventre ne l'arena,
nuda si lascia a'1 conquistare lento
de le maree, non dunque a luna piena
ella è una grande statua di argento?

Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti ne'1 tondeggiamento
de' lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.

Cresce il flutto e la bagna. Ella si scuote
io a'1 senso di quel gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.

Il flutto su la faccia la percuote;
ma rimane godendo ella in quell'atto
fin che l'alta marea non la sommerga.







Ad Lunae Sororem

Forma che così dolce t'arrotondi
dove s'inserta l'arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man che ti ricerca, abondi;

e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;

o tu candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,

risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s'io t'invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.






LA CORONA DI GLAUCO

MELITTA

Fulge, dai maculosi leopardi
vigilata, una rupe bianca e sola
onde il miele silentemente cola
quasi fontana pingue che s'attardi.

Quivi in segreto sono i miei lavacri
dove il mio corpo ignudo s'insapora
e di rosarii e di pomarii odora
e si colora come i marmi sacri.

Io son flava, dal pollice del piede
alla cervice. Inganno l'ape artefice.
Porto negli occhi mie le arene lidie.

Per entro i variati ori la lieve
anima mia sta come un fiore semplice.
Melitta è il nome della mia flavizie.

L'ACERBA

Non io del grasso fiale mi nutrico.
Lascio la cera e il miele nel lor bugno.
Ma spicco la susina afra dal prugno
semiano, e mi piace l'orichico.

E il latte agresto piacemi del fico
primaticcio che nérica nel giugno.
Ti do due labbra fresche per un pugno
di verdi fave, e il picciol cuore amico!

Vieni, monta pè rami. Eccoti il braccio.
Odoro come il cedro bergamotto
se tu mi strizzi un poco la cintura.

Quanto soffii! Tropp'alto? Non ti piaccio?
Ah, ah, mi sembri quel volpone ghiotto
che disse all'uva: Tu non sei matura.

NICO

I tuoi piè bianchi sono i miei trastulli
nella gracile sabbia ove t'accosci,
bianchi e piccoli come gli aliossi
levigati dal gioco dei fanciulli.

- Ahi, ahi, misera Nico, i miei piè brulli!
Su la sabbia di foco i piè mi cossi.
Tu ridi, costassù, tu ridi a scrosci!
Ma, s'io ti giungo, vedi come frulli.

- Ingrata, ingrata, con che arte il foco
ti rilieva le vene in pelle in pelle
e il pollice t'imporpora e il tallone!

- Bada; Non aliossi pel tuo gioco
ma ho in serbo per te, schiavo ribelle,
una sferza di cuoio paflagone.

NICARETE

Glauco di Serchio, m'odi. Io, Nicarete
le canne con le lenze e gli ami sgombri
che non preser già mai barbi nè scombri
t'appendo alla tua candida parete.

E t'appendo le nasse anco, e la rete
fallace con suoi sugheri e suoi piombi
che non pescò già mai mulli nè rombi
ma qualche fuco e l'alghe consuete.

Amaro e avaro è il sale. O Glauco, m'odi.
Prendimi teco; Evvi una bocca, parmi,
sinuosa nell'ombra dè miei búccoli.

Teco andare vorrei tra lenti biodi
e coglier teco per incoronarmi
l'ibisco che fiorisce a Massaciúccoli

A NICARETE

Nicarete dal monte di Quiesa
a Montramito i colli sono lenti
come i tuoi biodi, all'aria obbedienti,
fatti anch'elli d'un oro che non pesa.

E quella lor soavità, sospesa
tra i chiari cieli e l'acque trasparenti,
tu non la vedi quasi mai la senti
come una gioia che non si palesa.

Sorge, splendore del silenzio, il disco
lunare. O Nicarete, ecco, e s'adempie
mentre nel lago la ninfea si chiude.

Prima è rosato come il fior d'ibisco
che t'inghirlanda le tue dolci tempie
ma dopo assempra le tue spalle ignude.

GORGO

Ospite sempre memore, io son Gorgo
e l'odor delle Cicladi vien meco.
Tutte l'uve e le spezie, ecco, ti reco
in questo lino aereo d'Amorgo.

Glauco, e ti reco il vin di Chio nell'otro,
quel che bevesti un dì sul tuo fasèlo,
quel che in argilla si facea di gelo
pendula a soffio di ponente o d'ostro.

E una corona d'ellera e di gàttice
ti reco, per un'ode che mi piacque
di te, che canta l'isola di Progne.

Io voglio, nuda nell'odor del màstice,
danzar per te sul limite dell'acque
l'ode fiumale al suon delle sampogne.

A GORGO

Gorgo, più nuda sei nel lin seguace.
La tua veste ti segue e non ti chiude.
Fra l'ombelico e il depilato pube
il ventre appare quasi onda che nasce.

Ombra non è su le tue membra caste:
dall'ínguine all'ascella albeggi immune.
Polita come il ciòttolo del fiume
sei, snella come l'ode che ti piacque.

Danzami la tua molle danza ionia
mentre che l'Apuana Alpe s'inostra
e il Mar Tirreno palpita e corusca.

L'Ellade sta fra Luni e Populonia!
E il cor mi gode come se tu m'offra
il vin tuo greco in una tazza etrusca.

L'AULETRIDE

Io rinvenni la pelle dell'incauto
Frigio nomato Marsia appesa a un pino,
sul suol roggio il coltello del divino
castigatore e, presso, il doppio flauto.

Questo raccolsi trepidando, o Glauco.
E, immemore del flebile destino,
io son osa talor nel mio giardino
chiuso carmi dedurre sotto il lauro.

Rivolgomi sovente e guardo s'Egli
non apparisca a un tratto, l'Immortale.
Ma non mi trema il mio labbro fasciato.

Vivon nell'orror sacro i miei capegli
ma per l'angustia del mio petto sale
il superbo di Marsia antico afflato.

BACCHIA

Ah, chi mi chiama? Ah, chi m'afferra? Un tirso
io sono, un tirso crinito di fronda,
squassato da una forza furibonda.
Mi scapiglio, mi scalzo, mi discingo.

Trascinami alla nube o nell'abisso!
Sii tu dio, sii tu mostro, eccomi pronta.
Centauro, son la tua cavalla bionda.
Fammi pregna di te. Schiumo, nitrisco.

Tritone, son la tua femmina azzurra:
salsa com'alga è la mia lingua; entrambe
le gambe squamma sonora mi serra.

Chi mi chiama? La búccina notturna?
il nitrito del Tessalo? il tonante
Pan? Son nuda. Ardo, gelo. Ah, chi m'afferra?






Ditirambo III

O grande Estate, delizia grande tra l'alpe e il mare,
tra così candidi marmi ed acque così soavi
nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d'oro
odorate di aliga di rèsina e di alloro,
laudata sii,
o voluttà grande nel cielo nella terra e nel mare
e nei fianchi del fauno, o Estate, e nel mio cantare,
laudata sii
tu che colmasti dè tuoi più ricchi doni il nostro giorno
e prolunghi su gli oleandri la luce del tramonto
a miracol mostrare!

Ardevi col tuo piede le silenti erbe marine,
struggevi col tuo respiro le piogge pellegrine,
tra così candidi marmi ed acque così soavi
alzata; e grande eri, e pur delle più tenui vite
gioiva la tua gioia, e tutto vedeva la tua pupilla
grande: le frondi delle selve e i fusti delle navi,
e la ragia colare, maturarsi nelle pine
le chiuse mandorlette e la scaglia che le sigilla
pender nel fulvo, e l'orme degli uccelli nell'argilla
dei fiumi, l'ombre dei voli su le sabbie saline
vedea, le sabbie rigarsi come i palati cavi,
al vento e all'onda farsi dolci come l'inguine e il pube
amorosamente,
imitar l'opre dell'api,
disporsi a mò dei favi
in alveoli senza miele,
e l'osso della seppia tra le brune carrube
biancheggiar sul lido, tra le meduse morte
brillar la lisca nitida, la valva
tra il sughero ed il vimine variar la sua iri,
pallida di desiri la nube
languir di rupe in rupe
lungh'essi gli aspri capi
qual molle donna che si giaccia cò suoi schiavi,
scorrere la gòmena nella rossa
cúbia, sorgere la negossa
viva di palpitanti pinne, curvarsi al peso vivo
la pertica, la possa
dei muscoli, gonfiarsi nelle braccia vellute,
una man rude
tendere la scotta,
al garrir della vela forte
piegarsi il bordo, come la gota del nuotatore,
la scía mutar colore,
tutto il Tirreno in fiore
tremolar come alti paschi al fiato di ponente.

O Estate, Estate ardente,
quanto t'amammo noi per t'assomigliare,
per gioir teco nel cielo nella terra e nel mare,
per teco ardere di gioia su la faccia del mondo,
selvaggia Estate
dal respiro profondo,
figlia di Pan diletta, amor del titan Sole,
armoniosa,
melodiosa,
che accordi il curvo golfo sonoro
come la citareda
accorda la sua cetra,
dolore di Demetra
che di te si duole
nè solstizii sereni
per Proserpina sua perduta primavera!
O fulva fiera,
o infiammata leonessa dell'Etra,
grande Estate selvaggia,
libidinosa,
vertiginosa,
tu che affochi le reni,
che incrudisci la sete,
che infurii gli estri,
Musa, Gorgóne,
tu che sciogli le zone,
che succingi le vesti,
che sfreni le danze,
Grazia, Baccante,
tu ch'esprimi gli aromi,
tu che afforzi i veleni,
tu che aguzzi le spine,
Esperide, Erine,
deità diversa,
innumerevole gioco dei vènti
dei flutti e delle sabbie,
bella nelle tue rabbie
silenziose, acre ne' tuoi torpori,
o tutta bella ed acre in mille nomi,
fatta per me dei sogni che dalla febbre del mondo
trae Pan quando su le canne sacre
delira (delira il sogno umano),
divina nella schiuma del mare e dei cavalli,
nel sudor dei piaceri,
nel pianto aulente delle selve assetate,
o Estate, Estate,
io ti dirò divina in mille nomi,
in mille laudi
ti loderò se m'esaudi,
se soffri che un mortal ti domi,
che in carne io ti veda,
ch'io mortal ti goda sul letto dell'immensa piaggia
tra l'alpe e il mare,
nuda le fervide membra che riga il suo sangue d'oro
odorate di aliga di rèsina e di alloro!


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